Occasione sprecata

L’Expo di Milano ha mostrato il mondo, ma, forse, lo avrebbe potuto migliorare

Padiglioni magnifici ed architetture avveniristiche: l’esposizione universale dove tutti i Paesi del mondo hanno potuto mostrare, attraverso il tema “alimentazione”, le proprie, peculiari, bellezze. Entrando nell’Expo era possibile percorrere in poche decine di metri le culture ed i luoghi più esotici; si respirava l’aroma delle spezie orientali, si poteva godere degli usi e dei costumi delle tradizioni più antiche e lontane, calpestando in una giornata la superficie del mondo intero. È stata un’ occasione più unica che rara, che trova luogo ogni cinque anni in Nazioni diverse; questa volta, il privilegio è stato concesso all’Italia, ed in molti ne hanno approfittato per vivere questa esperienza. Ora però è tutto finito. Expo ha chiuso i battenti.

Finalmente, oserei dire.

In molti hanno visto in questa manifestazione ciò che ho descritto sopra, in molti hanno colto con gioia quest’occasione ed altrettanti sono rimasti piacevolmente affascinati nel percorrere un itinerario tra i posti più caratteristici del pianeta. Io, al contrario, non ho visto niente di positivo, in tutto questo, se non la coerenza e l’oggettivo realismo con il quale Expo si è mostrata per ciò che è, a parer mio: una competizione, dove vince il più ricco.

Non si è dimostrata, infatti, la fiera dell’alimentazione che prometteva d’essere, accompagnata dalla speranza che si potessero sensibilizzare le persone, accorse da tutto il mondo, sull’antitesi del cibo: la fame; ma è sempre stata, da quando fu organizzata per la prima volta – nel 1850 – la divulgazione dell’egemonia dei Paesi commercialmente più rilevanti, che finanziano architetti ed ingegneri al fine di realizzare il padiglione più affascinante possibile, che elevi il loro glorioso prestigio sopra gli altri Stati.

Expo ha perfettamente delineato l’eterna disparità delle nazioni del mondo, con modesti “padiglioni” ai quali erano riservate infime impalcature, eclissati da altri, ricchi di effetti di luce, fumo e musiche, che mostravano ciò a cui siamo abituati: ricchezza, tecnologia e benessere, rendendo quelle interminabili code un Uroboro, che divora se stesso.

Quest’anno sono addirittura nate nuove “nazioni”, come il Lindt, e sembra che abbia più voce in capitolo sul cioccolato che paesi come Ghana, Costa d’Avorio, Cuba o Cameron, ammassati in qualche centinaio di metri quadri sotto la dicitura “Cacao”, benché ne custodiscano le più vaste piantagioni.

O ancora il Kenya, l’Etiopia o la Repubblica Dominicana, rappresentati da quattro mura decorate da fotografie, il cui caffè pare essere molto più insignificante del Illy, a cui è riservato qualche, enorme, padiglione in più. Gli Stati Uniti, rappresentati da una grande architettura all’insegna della tecnologia e del digitale, o il McDonalds e altri fast-food hanno lasciato un’ eloquente impronta, in questa antitetica e paradossale fiera sull’alimentazione, che poi non ha riguardato tanto il cibo, quanto il capitalismo ed il denaro.

Expo mi ha deluso. Non per ciò che è stata, ma per ciò che sarebbe potuta diventare: ovvero una manifestazione che mostrasse anche il viso sfregiato del pianeta. Invece si è limitata semplicemente a nasconderlo e insabbiarlo: quelle luci ci hanno abbagliato, quel fumo ci ha offuscato gli occhi e quelle musiche, esotiche e rilassanti, hanno coperto la sua voce.

La terza guerra mondiale si è già consumata: non si è combattuta con armi nucleari o eserciti, ma con banconote e finanziamenti, e – ahimè – ha visto sconfitti proprio quei Paesi che, sul cibo (e sulla fame), avrebbero qualcosa in più da raccontare.