Il fango e la bellezza

La mafia avvelena il Bel Paese, ma l’antidoto esiste

La sete cresce dissetandosi.

L’ambizione è, da sempre, nella natura degli uomini; è quell’implacabile desiderio che non si può combattere.

La criminalità organizzata è una sporca palude alla quale attinge chi brama il potere ed il denaro senza paura di avvelenarsi; è sempre esistita nel corso della storia, ma con nomi diversi: Èphoroi, Senato, Ordine Templare, Garduna, Beati Paoli. Le sue acque impure hanno sempre dissetato le belve.

Ma perché lo Stato non tutela la giustizia ed, anzi, spesso asseconda le attività criminali? La risposta si cela nei perni sui quali la Mafia ha sempre fatto leva per poter esistere: corruzione e paura. La medaglia ha sempre la sua faccia nascosta ed anche l’albero più magnificente affonda le proprie radici nello sporco fango.

È proprio attraverso la paura che la Mafia opera, nascosta ma presente, nei territori Italiani e non; intimidendo onesti lavoratori e depistando le indagini sui suoi crimini.

Tuttavia, alcuni uomini sono incorruttibili e non tutti hanno paura, anzi: alcuni hanno abbastanza coraggio da sovrastare con le loro voci l’assordante silenzio in cui i mafiosi operano.

Giancarlo Siani ne è un esempio: dopo essersi avvicinato, attraverso la carriera del giornalismo, al mondo della criminalità organizzata, l’ha colpita nel vivo con l’arma più efficace: la verità.

Verità così indistruttibili che anche combattendole col feroce omicidio non sono mai morte, alimentando quell’eco alla cui crescita, nel corso della storia, i coraggiosi hanno contribuito. Tra essi, sicuramente Giuseppe “Peppino” Impastato: il figlio di una famiglia mafiosa che da bambino visse la morte del suo caro zio, boss locale, ucciso per lasciare spazio al successore: Gaetano Badalamenti.

Peppino iniziò a schifare il sapore tossico dell’acqua paludosa, imparando ad amare il dolce nettare della bellezza. Egli voleva preservare lo splendore della giustizia e dell’onestà, e non voleva abituarsi al panorama corrotto che lo circondava. Combatté, attraverso la parola scritta prima e “Radio Aut” -da lui stesso fondata- poi, la mafia locale che consumava Cinisi e la sua famiglia, senza risparmiare neanche la sua stessa vita.

La risonanza dei suoi appelli non si estese, all’epoca, oltre il territorio autoctono ma lo farà in eterno attraverso il tempo, insegnandoci che il vero potere non sta nei crimini celati e nelle minacce esplicite, ma nella forza della disperazione di quegli uomini che si ribellano di fronte ad un sistema che consuma le vite umane.

La memoria di Peppino, insieme a quella di Siani ed altri eroi, è importante per la società poiché ci insegna a non avvezzarci alla bruttezza di ciò che ci circonda, a ricercare e proteggere l’onestà, a mostrare coraggio e volontà di cambiare le cose; perché è nella loro storia che, a parer mio, si nasconde la chiave per porre fine alla Mafia: quando le voci dei valenti si leveranno all’unisono cariche di quel coraggio che i manifestanti hanno mostrato al funerale di Peppino, combattendo la paura, quando si bramerà il sapore limpido dell’acqua incontaminata e la sete di giustizia schiaccerà quella di potere: allora morirà la Mafia.

Allora, ci abitueremo alla bellezza.